Salario minimo?

Salario minimo

Mauro Dell'Ambrogio, segretario di Stato 

Sono pochi 3’500 franchi mensili per mantenere una famiglia. Se però coniugi e due figli conviventi lavorano, con quattro volte quel salario la famiglia è benestante. Parecchi immigrati lo fanno. Studenti e apprendisti tirano fine mese con pochi soldi, vivendo coi genitori o in appartamenti condivisi. In gran parte del mondo con un salario medio ci campa tutto un parentado, integrando l’orto, le galline e i lavoretti in nero. Come da noi non molto tempo fa. Andare a vivere da soli, o con chi di propria scelta, era allora un lusso, che poteva permettersi chi conseguiva l’indipendenza economica. E neppure tutti. Le figlie nubili salariate restavano in casa per contribuire al tenore di vita della famiglia. Prima della diffusione degli anticoncezionali, si usciva dalla famiglia per crearne una nuova. L’autosufficienza economica permetteva rapporti sessuali: una potente motivazione per i giovani maschi, ad adattarsi a ciò che si poteva trovare, e a rischiare, anche emigrando. In pochi decenni le cose sono cambiate grazie al miglioramento economico generale, di cui i mutati costumi sociali sono una conseguenza. Abitare da soli o con chi si vuole è diventato un diritto, ai costi provvedendo semmai le assicurazioni sociali o lo Stato. Ma siccome la previdenza pubblica ha limiti, o è malvista, la responsabilità viene buttata sulle spalle dei datori di lavoro, che pagano salari insufficienti. Da obiettivo da sudare, l’autosufficienza è diventata un diritto individuale, che collettività o imprese devono soddisfare.

Confronti col passato sono istruttivi, non per considerazioni nostalgiche. Ben venga la libertà individuale rispetto alla costrizione in famiglie, parentele o clan (anche se il rovescio della medaglia è la perdita, sulla quale poi si piange, di solidarietà tra prossimi). Ma ha costi sociali colossali: in pochi decenni la superficie residenziale per abitante in Svizzera è triplicata, con i connessi consumi energetici e ambientali, traffico incluso. E non è irreversibile: si veda quanti adulti in Italia debbano, più dei loro genitori, restare a vivere in casa. L’economia ticinese permetteva decenni fa un posto di lavoro salariato ogni sei o sette abitanti. Oggi i posti di lavoro sono la metà degli abitanti. Più le pensioni, che sono in sostanza salari differiti. In pochissimi posti al mondo l’economia offre tanto. Il divario con l’estero è ancora più impressionante se si considera quanto occupazione, livelli salariali e pensioni sono sulle spalle delle generazioni future tramite il debito pubblico. Le condizioni da noi sono effetto di un’economia performante, che produce, crea valore, innova, esporta, batte la concorrenza. Resa possibile, tra altri fattori, dalla prudenza sempre usata nel regolamentare il lavoro. Ben si vede quanto sia stato controproducente altrove regolare oltremodo i licenziamenti, la durata del lavoro, riconoscere ai sindacati un potere politico spropositato.

Pretendiamo invece ora - nuovo dogma sindacale, dopo tanti miseramente abbandonati - che, per legge, ogni salario debba bastare a mantenere una famiglia con consumi “svizzeri”, e insieme che di lavoro così ce ne sia per tutti. Illusione di una scorciatoia controproducente. Discutendo di salari minimi per legge, problematico non è il principio (lo sfruttamento di condizioni di bisogno è punito da tempo come usura), ma il mettersi d’accordo sul livello e sulle eccezioni. Infatti, votato il principio, eccoci confrontati con pretese che rovinerebbero sia l’occupazione, sia l’integrazione sociale dei più deboli. Con gustosi paradossi. Perché mai per chi lavora in Ticino il salario minimo di diritto dovrebbe calibrato, per principio etico, sull’autosufficienza individuale, quando appena oltre frontiera, dove una buona fetta dei lavoratori peraltro risiede, per campare bisogna lavorare e convivere almeno in due, o di lavori farne due? E se il principio fosse riservato ai residenti, come evitare che i frontalieri siano perciò indotti a qui risiedere, con tutte le conseguenze? Speriamo che il Ticino se la cavi, evitando di trasformare un voto popolare di per sé innocuo in uno storico harakiri.